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Piena del Crati, i dati idrometrici del 13 febbraio svelano le 7 ore tra Tarsia e Sibari: cosa è accaduto fiume?

Dal portale AllertaCalabria emergono numeri chiari: 4,66 metri a Santa Sofia alle 10:40, 5,52 metri a Sibari alle 17:50. Sette ore tra l'invaso e la foce. Un’onda lunga che pone tanti interrogativi su

Piena del Crati, i dati idrometrici del 13 febbraio svelano le 7 ore tra Tarsia e Sibari: cosa è accaduto fiume?

CORIGLIANO-ROSSANO – Se il Crati è ritornato dolce e silente a solcare la Piana di Sibari, l’onda lunga degli effetti devastanti dell’ultima piena continuano ad emergere in un territorio piegato su se stesso e soprattutto alla ricerca di tantissime domande. Sarà la Procura della Repubblica di Castrovillari, che sull’evento accaduto a partire dalla giornata del 13 febbraio scorso e proseguito nei giorni a seguire ha aperto un fascicolo d’inchiesta, a chiarire fatti e circostanze che hanno generato quel disastro.

Nel frattempo, però, ci sono i numeri, i dati, le cifre di un evento che seppur eccezionale poteva essere contenuto o – probabilmente - addirittura evitato nelle sue declinazioni più drammatiche. Tra questi numeri ci sono i dati della piena del 13 febbraio sul Crati. Sono pubblici, consultabili da chiunque sul portale regionale AllertaCalabria (allertacal.it), dove sono disponibili in tempo reale e in archivio i rilievi pluviometrici e idrometrici di tutte le stazioni di monitoraggio del territorio. È da lì che partiamo. Nessuna indiscrezione, nessuna fonte riservata: solo dati ufficiali.

E partiamo da monte, dall’alta valle del Crati e in particolare nell’area in cui il grande fiume della Calabria confluisce nel grande bacino di Tarsia. Alle 10:40 del 13 febbraio la stazione idrometrica di Santa Sofia d’Epiro, punto che coincide appunto con l’inizio dell’invaso, registra un livello di 4,66 metri. È il picco della giornata in quel punto. Alla foce, a Sibari, il massimo arriva molto dopo: alle 17:50, quando l’asta idrometrica segna 5,52 metri, il valore più alto dell’anno. Tra questi due numeri ci sono circa 30 chilometri di fiume e in mezzo un bacino idrografico come il Lago di Tarsia. Ma soprattutto ci sono sette ore e dieci minuti dall’allagamento dell’alta valle del Crati e la piena che poi ha spazzato via buona parte della Piana di Sibari.

Sette ore sono tante, in un fiume di pianura. Non stiamo parlando di un torrente montano che esplode in pochi minuti. I dati pluviometrici, sempre estratti da AllertaCalabria, mostrano infatti un evento meteo estremo e sicuramente esteso su tutto il bacino ma con le piogge distribuite principalmente tra alta e la media valle. Non un temporale isolato sulla foce, non un nubifragio concentrato su pochi chilometri. Quindi, quell’onda lunga è arrivata per forza di cose dall’alto. Insomma, è stata una piena che si è costruita nel tempo, alimentata da un bacino ampio e progressivamente saturo ma anche da un altro bacino, quello dell’Esaro, di cui, però, sul portale di AllertaCalabria non si hanno numeri e dati.

Sicuramente, però, ci sono i dati della traversa di Tarsia. È importante chiarirlo: non si tratta di una grande diga di laminazione progettata per contenere e modulare le piene. Lo scrivevamo nei giorni scorsi, l’infrastruttura di Tarsia, è una traversa irrigua lunga 144 metri che si staglia in mezzo al fiume, pensata per sollevare e accumulare acqua nei mesi primaverili ed estivi a servizio dell’agricoltura. Quindi, non nasce come opera di difesa idraulica. Non è un bacino di contenimento strutturato per smorzare le onde di piena come le grandi dighe alpine o appenniniche.

Proprio per questo la domanda diventa più delicata. In che condizioni operative si trovava la traversa nelle ore precedenti la piena? Qual era il livello dell’invaso il 12 febbraio? Erano in corso manovre particolari? Le paratoie erano completamente aperte o vi è stata una gestione dinamica durante l’evento?

Non è un processo alle intenzioni. È una questione fisica. Qualsiasi sbarramento, anche se non progettato per la laminazione, modifica la dinamica del fiume. Può creare rigurgito a monte, rallentare la propagazione dell’onda, alterare i tempi di percorrenza.

Il dato che colpisce è questo: all’idrometro di Santa Sofia il 13 febbraio non si registra il massimo annuo. A Sibari sì. L’onda cresce nel tratto finale, raggiunge il suo apice proprio nella piana alluvionale, dove la pendenza si riduce e il fiume si allarga. E in un contesto del genere, in un fiume dagli argini fragilissimi e con un alveo molto spesso occupato abusivamente da agrumeti e altre coltivazioni, la durata del livello alto conta più del picco istantaneo. Un’acqua che resta sostenuta per ore, infatti, aumenta la pressione sugli sponde, favorisce filtrazioni, indebolisce le strutture, prepara il cedimento.

Sette ore tra il picco a monte e quello a valle raccontano, quindi, un’onda che non è stata solo naturale propagazione impulsiva. Raccontano un processo che si è sviluppato nel tempo. È legittimo chiedersi se quel tempo sia stato influenzato, anche solo indirettamente, dalla presenza della traversa. Se la struttura fosse stata completamente trasparente al deflusso, la dinamica sarebbe stata identica? Oppure l’interazione tra piena di bacino e sbarramento ha contribuito a modificare la curva dell’onda?

Eco dello Jonio

Eco dello Jonio

Ecodellojonio.it è un giornale on-line calabrese con sede a Corigliano-Rossano (Cs) appartenente al Gruppo editoriale Jonico e diretto da Marco Lefosse. La testata trova la sua genesi nel 2014 e nasce come settimanale free press. Negli anni a seguire muta spirito e carattere. L’Eco diventa più dinamico, si attesta come web journal, rimanendo ad oggi il punto di riferimento per le notizie della Sibaritide-Pollino.

03/03/2026