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L'Augureddǝ, il piccolo Augure che si nascondeva tra gli ulivi

Origine antropologica di una creatura antica e la storia di Natale di un nonno cresciuto tra gli ulivi di Oliveto Longo

L'Augureddǝ, il piccolo Augure che si nascondeva tra gli ulivi

CORIGLIANO-ROSSANO - Nelle nostre campagne certe parole non sono solo termini dialettali: sono piccoli scrigni di memoria. Una di queste è il termine Augurddǝ, che oggi tra la sinteticità del mondo, delle sue declinazioni globali si è totalmente perso, perché nessuno sogna più, nessuno vive di magia, nessuno sembra più volersi emozionare. È un nome che a sentirlo sembra già di intravedere qualcosa di leggero tra gli ulivi, una presenza buona. E non a caso la sua origine è antica, molto più antica di quanto si creda.

Il termine, probabilmente, viene dal latino Augure, una figura che presso i Romani ricopriva un ruolo sacro e decisivo. L’àugure era il sacerdote incaricato di interpretare il volere degli dèi attraverso i segni della natura: il volo degli uccelli, i lampi nel cielo, i rumori inattesi, perfino il comportamento degli animali. Niente nella vita pubblica poteva accadere senza il suo responso: né una guerra, né un matrimonio, né la fondazione di una città. Era, insomma, il custode dei presagi, il lettore del destino. Da lì il significato esteso, letterario, di “profeta”, “indovino”, qualcosa che porta auspicio, speranza, fortuna.

Quando questa parola arrivò, tramandandosi in leggende e suoni, nella nostra cultura contadina, non rimase però così solenne. Il mondo contadino ha sempre avuto la capacità di prendere il sacro e trasformarlo in qualcosa di vicino, quotidiano, familiare. Così, con il passare dei secoli, l’àugure romano divenne l’Augurddǝ: non un sacerdote, ma un piccolo spirito benevolo. Non qualcuno che interpreta i segni del cielo, ma un esserino che i segni li porta. Un folletto minuscolo, vestito di rosso, che appare ai bambini soprattutto nei giorni che precedono il Natale. Niente paura, nessuna malizia: il suo compito è portare fortuna, protezione, abbondanza. Un augurio vivente, insomma.

È a questo punto della storia che entra in scena Nonno Isidoro, che da bambino aveva gli occhi pieni di luce e tanta fantasia. Ogni tanto racconta ai suoi nipotini quell'episodio che gli segnò il Natale del '58, quello che gli è rimasto nel cuore come una fotografia indelebile.

«Era inverno - racconta - quelli belli freddi e soleggiati, quando l’uliveto di Oliveto Longo era tutta la nostra vita. Io stavo con la nonna Matilde, che raccoglieva le olive con le pertiche e si sistemava il fazzoletto in testa per ripararsi dal vento di Tramontana che saliva dal mare. Io, invece, correvo tra gli alberi, perché un bambino si stanca subito di guardare i grandi che lavorano».

La voce di Isidoro qui diventa un po’ più bassa, come se tornasse davvero quel bambino. «Un pomeriggio, mentre il sole diventava arancione, vidi qualcosa che non scorderò mai. Su un ramo di un ulivo c’era seduto un bambino. Non era uno del paese, questo lo capii subito. Aveva una giubbetta rossa, accesa come il fuoco, e due occhi birichini che sembravano saperla lunga. Io mi avvicinai piano. “Chi sei?”, gli chiesi. Ma lui non parlò. Scese dal ramo senza far rumore e con un sasso disegnò la Campana per terra. Voi non sapete quante volte ho giocato alla Campana, ma quel giorno fu diverso. Giocammo insieme come se fossimo amici da sempre. Ridevamo, saltavamo… sembrava magia.»

I nipotini lo ascoltano rapiti. Sanno che ora arriva il momento in cui la storia cambia. «Poi mi voltai un attimo, forse per prendere un altro sasso… e quando guardai di nuovo, non c’era più. Sparito. Così. Senza un rumore, senza un ramo mosso. Come se fosse stato un sogno.»

Il nonno ride piano, con quella malinconia felice di chi ha fatto pace con il mistero. «Io corsi subito da vostra bisnonna Matilde. “Nonna! Ho visto un bambino sugli ulivi! Era vestito di rosso!” - Lei si fermò, mi guardò e capii subito che aveva capito. “Fijicè… quidd' 'unn'era nu picciulidd qualunquǝ. Era l’Augureddǝ. E si t’ha scert pròbbj mò, a ra vijilia e Natali, vuol dire ca t’ha portat' l’augurj ppe’ tutt l’ann chi vena”. - E sapete che fece? Mise subito la padella sul fuoco e mi preparò un piatto enorme di patatine fritte. Perché nelle nostre campagne, per dire grazie a uno spirito buono, si fa così: si cucina qualcosa di buono a chi ha ricevuto la visita».

A questo punto, i nipotini hanno gli occhi pieni di stupore, e qualcuno chiede sempre: «Ma nonno, e se l’Augurddǝ tornasse ancora?». Nonno Isidoro sorride e con quella saggezza che solo chi ha vissuto molto sa usare bene, risponde: «Ah, piccoli miei… tra gli ulivi, d’inverno, non si è mai soli davvero. A volte, la fortuna si mette ‘na giubbetta rossa e gioca alla Campana».

E per un attimo, anche chi ascolta è tentato di crederci davvero: che da qualche parte, tra un ulivo e l’altro, l’Augurddǝ stia ancora lì a guardare, pronto a portare un augurio a chi ha occhi abbastanza puri da vederlo.

Eco dello Jonio

Eco dello Jonio

Ecodellojonio.it è un giornale on-line calabrese con sede a Corigliano-Rossano (Cs) appartenente al Gruppo editoriale Jonico e diretto da Marco Lefosse. La testata trova la sua genesi nel 2014 e nasce come settimanale free press. Negli anni a seguire muta spirito e carattere. L’Eco diventa più dinamico, si attesta come web journal, rimanendo ad oggi il punto di riferimento per le notizie della Sibaritide-Pollino.

06/12/2025